News

Internazionali di Roma 2025: dialoghi inaspettati tra tennis e musica classica

A Roma si rinnova un’elegante conversazione tra due mondi solo apparentemente distanti

Il Foro Italico si prepara a un nuovo atto

Dal 29 aprile al 18 maggio 2025, la terra rossa del Foro Italico tornerà a essere scenario privilegiato degli Internazionali BNL d’Italia, giunti alla seconda edizione nel nuovo formato esteso. Tre settimane di gare, oltre 300 incontri, un numero raddoppiato di atleti e un impianto che si estende su 125.000 metri quadri restituiscono alla manifestazione una dimensione monumentale. Il Campo Centrale, lo Stadio Nicola Pietrangeli, la Grand Stand Arena e il recente campo 12 ospiteranno sfide di alto livello tecnico, capaci di alternare silenzi tesi e accelerazioni improvvise, come in una partitura ben orchestrata.

Sul ponte sospeso che collega l’area delle piscine alla zona riservata agli atleti, l’immagine dei tennisti in movimento suggerisce una riflessione: tennis e musica condividono una grammatica fatta di ritmo, gesto, controllo e improvvisazione. Un’affinità che la storia ha più volte rivelato, in modi tanto sottili quanto inattesi.

Storia del Foro Italico e suggestioni musicali

La storia degli Internazionali affonda le radici nel 1930, con l’edizione inaugurale ospitata dal Tennis Club Milano, su iniziativa del conte Alberto Bonacossa. Solo cinque anni più tardi il torneo trovava sede stabile a Roma, nel neonato Foro Italico, progettato da Enrico Del Debbio. Ad eccezione di brevi parentesi – Torino nel 1961 e alcune edizioni femminili disputate negli anni Ottanta a Perugia e Taranto – la capitale ha custodito senza interruzioni questo appuntamento con la grande racchetta.

Ma questi campi hanno ospitato anche altre frequenze. In silenzio, sotto la calura estiva o tra le ombre serali, qui hanno risuonato le passioni musicali di chi, tra un set e l’altro, riconosceva nel tennis una forma di espressione affine alla composizione.

Quando la musica incontra il tennis

Roma, città che custodisce secoli di musica, si presta naturalmente a raccontare questo dialogo. Il bianco dei marmi, l’ocra della terra e il verde dei pini offrono una scenografia che evoca un’orchestra visiva. È in questo contesto che si inserisce Jeux, il poema danzato composto da Claude Debussy nel 1912, ispirato a una partita di tennis tra un giovane e due ragazze. La vicenda, ambientata al crepuscolo, si dissolve presto in un’atmosfera rarefatta: nessuno smash, nessun punto decisivo, solo variazioni emotive. L’anno seguente, Erik Satie rispondeva con il breve Le Tennis, parte della raccolta Sports et divertissements, dove la pallina rimbalza con rigore quasi caricaturale sulla tastiera.

Compositori in campo

Oltre che spettatori, molti musicisti furono anche giocatori appassionati. Benjamin Britten, racconta Jonathan Gathorne-Hardy, prendeva sul serio ogni scambio: competitivo, quasi spietato, trasformava ogni match in un duello espressivo. Arnold Schoenberg, emigrato negli Stati Uniti, sfidava regolarmente George Gershwin. I due, pur separati da ventiquattro anni e stili opposti, condividevano una certa idea di gioco: libero e istintivo Gershwin, metodico e controllato Schoenberg. La leggenda vuole che quest’ultimo non colpisse mai due volte la palla nello stesso modo prima di aver esaurito dodici varianti.

Anche Prokof’ev ironizzava sulla sua passione: “Il famoso tennista internazionale Prokof’ev è giunto a Kuokkala…”, scriveva nel 1916, consapevole che Il giocatore, la sua opera, ne stesse pagando le conseguenze.

Wilhelm Peterson-Berger si costruì un campo privato sull’isola di Frösön e già nel 1896 compose Lawn Tennis, un movimento pianistico ispirato allo sport. Ralph Vaughan Williams, nel Surrey, ospitava amici e colleghi nel suo campo privato. Tra questi, Gerald Finzi, con cui condivideva scambi pacati e un certo gusto per la sobrietà.

Passioni musicali tra i protagonisti del tennis moderno

Molti campioni contemporanei coltivano interessi musicali con sorprendente profondità. Rafael Nadal, cresciuto in una famiglia legata al mondo orchestrale, ha più volte espresso ammirazione per l’opera lirica e la grande musica sinfonica. Novak Djokovic, per quanto il calendario ATP lo consenta, non rinuncia a frequentare teatri e sale da concerto.

Roger Federer, figura emblematica di equilibrio e misura, è stato spesso avvistato a eventi musicali. Nel 2012 ha voluto omaggiare con un videomessaggio la Sydney Symphony Orchestra per il suo ottantesimo anniversario. E sebbene il suo violino personale non abbia ancora raggiunto il livello dei suoi colpi in campo, il gesto testimonia una sensibilità non comune.

L’edizione 2025 degli Internazionali non sarà soltanto il racconto di una competizione sportiva: sarà anche una prova di come, in fondo, la grazia del tennis e la struttura della musica appartengano allo stesso universo. Uno in cui gesto e silenzio, regola e invenzione, non smettono di inseguirsi.

La prima esecuzione di Jeux, avvenuta a Parigi nel maggio del 1913 sotto la direzione di Pierre Monteux, suscitò reazioni contrastanti. Sebbene il linguaggio musicale di Debussy fosse già noto e in parte assimilato dal pubblico colto, l’opera lasciò interdetti molti spettatori e critici. Non tanto per la scrittura orchestrale – raffinatissima, mobile, articolata – quanto per il soggetto coreografico, giudicato da alcuni marginale o eccessivamente leggero. Il libretto, concepito da Vaslav Nijinsky per i Ballets Russes di Sergej Djagilev, ruotava attorno a un triangolo amoroso simulato, ambientato su un campo da tennis al crepuscolo, con protagonista un giovane uomo e due ragazze alla ricerca di una pallina smarrita.

Questa cornice apparentemente banale, quasi borghese, venne percepita da parte della critica come dissonante rispetto alla gravitas che si attribuiva, all’epoca, all’arte coreutica e sinfonica. In realtà, Jeux proponeva una nuova declinazione del gesto scenico, fondata sull’ambiguità, sulla fluidità delle relazioni e su una sensualità implicita, mai esplicitamente enunciata.

Ti potrebbe interessare