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Il Genio Dietro le Grate: le musiciste dell’Ospedale della Pietà che incantavano l’Europa

Le prodigiose allieve di Vivaldi, protagoniste dimenticate della musica veneziana
Nel cuore della Serenissima, affacciato sulle acque placide della laguna, sorge un edificio che per secoli ha custodito uno dei segreti musicali più affascinanti d’Europa: l’Ospedale della Pietà. Questo luogo, ben più di un semplice orfanotrofio, ha rappresentato un unicum nella storia della musica occidentale, un crocevia di arte, educazione ed emancipazione femminile.
Dalle crociate al barocco

Fondato nel 1346 dal frate francescano Pietruccio di Assisi, l’Ospedale della Pietà nacque inizialmente come rifugio per bambini abbandonati, in un’epoca in cui la mortalità infantile e l’abbandono dei neonati erano piaghe sociali diffuse. Ma la storia di questa istituzione affonda le sue radici ancora più indietro nel tempo.

Gli ospedali veneziani, infatti, erano nati al tempo delle crociate come ostelli per i pellegrini. Nel corso dei secoli, il loro ruolo si era evoluto, assumendo la funzione di prendersi cura delle trovatelle. In questo contesto, l’insegnamento della musica aveva assunto un posto di rilievo nei programmi educativi, trasformando questi luoghi di carità in veri e propri conservatori d’eccellenza.

Nel XVIII secolo, la reputazione degli ospedali veneziani era tale che persino le famiglie patrizie cercavano di ottenere un posto per le proprie figlie come studentesse a pagamento. La fama della musica che vi si eseguiva era così grande da attirare l’attenzione non solo di musicisti come Johann Joachim Quantz e musicologi come Charles Burney, ma anche di letterati del calibro di Jean-Jacques Rousseau e Johann Wolfgang von Goethe.

Le “figlie di coro”: musiciste celate

All’Ospedale della Pietà, come negli altri tre ospedali della città (Mendicanti, Ospedaletto e Incurabili), le ospiti erano divise in due categorie: le “figlie di coro”, anche dette “orfanelle filarmoniche”, che ricevevano un’educazione specificamente musicale, e le “figlie di commun”, impegnate in corsi artigianali di vario genere.

Le “figlie di coro” erano una minoranza, ma rappresentavano il cuore dell’attività musicale dell’Ospedale. Secondo un regolamento di poco posteriore ai tempi di Antonio Vivaldi, l’organico della Cappella era formato da diciotto cantanti, una decina di strumentiste per gli archi, due organiste e un paio di soliste. Tuttavia, in occasioni solenni, l’orchestra poteva raggiungere dimensioni ben maggiori, soprattutto nelle sezioni a fiato e fra le cantanti.

L’educazione delle “figlie di coro” era straordinariamente completa per l’epoca. Oltre alle arti domestiche e alla religione, ricevevano una formazione musicale di altissimo livello. Imparavano a suonare diversi strumenti, a cantare, a leggere la musica e persino a comporre. Gli strumenti più comuni erano il violino, la viola, il violoncello, ma non mancavano strumenti a fiato come l’oboe e il flauto, oltre all’organo e alla tiorba.

Un palcoscenico velato: le esecuzioni musicali

Le esecuzioni musicali delle “figlie di coro” divennero presto famose in tutta Europa. Nobili, intellettuali e musicisti facevano tappa a Venezia per assistere ai loro concerti. Tuttavia, in osservanza alle rigide norme morali dell’epoca, le musiciste suonavano nascoste dietro grate o tende. Questa pratica, lungi dall’essere un ostacolo, aggiungeva un elemento di mistero e fascino, alimentando l’immaginazione degli spettatori.

Le testimonianze dei visitatori dell’epoca sono un misto di ammirazione e curiosità. Peter Andreevic Tolstoj, gentiluomo russo, nel 1698 scriveva: “Ci sono a Venezia conventi di donne, dove queste suonano l’organo e altri strumenti, e cantano così meravigliosamente che in nessun’altra parte del mondo si potrebbero trovare canti così dolci e armoniosi”.

Edmund Wright, viaggiatore inglese, nel 1720 notava: “Tutte le domeniche e le altre feste si tengono nelle cappelle di questi ospedali dei concerti sia vocali che strumentali eseguiti dalle fanciulle. Esse stanno su di una cantoria e una spessa inferriata le cela agli occhi del pubblico. Le loro esecuzioni sono di assoluta eccellenza: parecchie tra loro sono dotate di voci stupende, e l’essere così nascoste alla vista rende il tutto più attraente”.

Charles de Brosses, erudito francese, nel 1739 descriveva con entusiasmo misto a una vena di licenziosità: “Vi giuro che niente eguaglia il diletto di vedere una monachella giovane e carina, vestita di bianco, con un mazzolino di fiori di melograno all’orecchio, dirigere l’orchestra e battere il tempo con tutta la grazia e la precisione immaginabili.”

Il rovescio della medaglia: un talento effimero

Tuttavia, dietro questa facciata di eccellenza musicale e ammirazione pubblica, si celava un aspetto meno luminoso. A differenza dei Conservatori napoletani, che formavano musicisti maschi destinati a carriere professionali, gli ospedali veneziani offrivano alle loro ospiti un futuro limitato.

Per motivi di decenza e di ordine pubblico, le orchestre al servizio delle corti principesche o delle istituzioni ecclesiastiche accettavano nelle loro fila solo uomini. I teatri, d’altra parte, erano considerati luoghi poco rispettabili per le donne. Di conseguenza, una volta raggiunta la maggiore età, queste virtuose avevano essenzialmente due opzioni: sposarsi, rinunciando al proprio talento musicale, o rimanere all’interno dell’ospedale come maestre, trasmettendo le proprie competenze alle giovani ospiti in cambio di un dignitoso mantenimento a vita.

Alcune cantanti tentavano la strada del teatro, dove dalla fine del Seicento i castrati erano talvolta sostituiti con donne vestite da uomo. Ma per la maggior parte delle “putte”, per quanto eccelse fossero, rimaneva un disonore esibirsi in orchestre pubbliche.

Nonostante questi limiti, l’Ospedale della Pietà e gli altri ospedali veneziani giocarono un ruolo fondamentale nella storia della musica e dell’emancipazione femminile. Rappresentarono un modello unico di istituzione educativa e musicale, offrendo alle donne opportunità altrimenti impensabili nell’Europa del XVIII secolo.

Oggi, l’edificio dell’Ospedale della Pietà ospita ancora una chiesa e un orfanotrofio. La musica, sebbene non più al centro della sua attività, continua a risuonare tra le sue mura, eco di un passato glorioso e testimonianza di un’eredità culturale straordinaria.

In alto: Organo, dettaglio dalla cantata delle putte, di Giovanni Grevembroch

Un aspetto affascinante della vita musicale all’Ospedale della Pietà riguarda il modo in cui le composizioni venivano create e attribuite alle musiciste. Sebbene la musica fosse principalmente sacra, composta da grandi maestri come Francesco Gasparini o Antonio Vivaldi, gli archivi rivelano che talvolta erano le stesse “Figlie di Choro” a comporre la musica che suonavano.

Antonio Vivaldi, che visse e lavorò alla Pietà per circa quarant’anni, tra il 1704 e il 1740, adottava una pratica particolare nella stesura dei suoi manoscritti. Ogni composizione era accompagnata dai nomi delle figlie che dovevano eseguire la musica. Tuttavia, queste ragazze non erano identificate con i loro nomi propri, bensì in base alle loro specializzazioni musicali.

Un esempio illuminante di questa pratica è la prima composizione che Vivaldi scrisse per la Pietà, conservata a Dresda e datata tra il 1704 e il 1709. Si tratta di una “Sonata per Oboè, Violino, Salmoè ed Organo” (RV779), scritta per quattro musiciste identificate come: Pelegrina dall’Oboe, Prudenza dal Contralto, Candida dalla Viola, e Lucietta Organista.

Questo sistema di identificazione sottolinea anche come l’identità di queste donne fosse intrinsecamente legata al loro ruolo musicale. Era un modo per preservare l’anonimato delle ragazze, molte delle quali erano figlie illegittime di nobili.

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