
Festival Classica
Lucignano Music Festival 2026 – VI edizione “L’Età dell’Oro”

C’è un rito che si ripete ogni settembre, negli uffici delle sovrintendenze e delle direzioni artistiche di tutta Europa: qualcuno apre un foglio Excel, scorre la colonna delle date di nascita e di morte dei compositori, e comincia a cercare i numeri tondi. Centenari, bicentenari, sesquicentenari — parola che esiste apposta per non dire “centocinquanta anni” e sembrare più colti. Il risultato di questa operazione è la stagione dell’anno successivo.
Il 2026 non fa eccezione. Weber compie duecento anni dalla morte e qualcuno finalmente se ne ricorda — anche se la maggior parte del pubblico fatica a nominare un suo titolo oltre il Freischütz. A Ravenna, con lodevole fantasia, si è trovato il modo di inserire persino Teodorico, re degli Ostrogoti morto nel 526 d.C., in un discorso musicologico. Millecinquecento anni. Cifra tonda. Occasione ghiotta.
Non è una critica. È una constatazione affettuosa nei confronti di un mondo che ha trasformato il necrologio in strumento di programmazione. E in fondo funziona: le ricorrenze danno ai giornalisti un appiglio, al pubblico un orientamento, agli uffici stampa un comunicato già mezzo scritto. Tutti vincono. Soprattutto i morti, che non hanno mai venduto così bene.
Il vero problema non è celebrare i compositori scomparsi. Il problema è la gerarchia silenziosa che si è formata nel tempo. Ci sono i compositori sempre in giro — Beethoven, Verdi, Puccini, Mozart — che non hanno bisogno di ricorrenze perché sono in cartellone comunque, e quando capita un anniversario la loro presenza si intensifica fino a diventare una piccola ossessione collettiva. E ci sono i compositori in lista d’attesa, quelli che esistono nei cataloghi e nei libri di storia ma raramente sui palchi, e che aspettano pazientemente il loro anno come si aspetta il proprio turno allo sportello. Salieri. Spontini. Mercadante. Pacini. Nomi che qualche musicologo pronuncia sottovoce sperando che qualcuno raccolga.
La ricorrenza, quando è usata bene, è proprio l’occasione per tirar fuori questi ultimi. Il centenario pucciniano ha avuto il merito di riportare in scena Le Villi e Edgar, titoli che in condizioni normali faticano a trovare spazio nei cartelloni. Il bicentenario di Weber potrebbe fare altrettanto con Euryanthe o Oberon, opere grandiose e quasi mai eseguite. Potrebbe. La speranza è che qualcuno lo faccia davvero, invece di riprogrammare per l’ennesima volta il Freischütz.
C’è poi una categoria a parte: i compositori troppo celebri per un solo anno. Beethoven è ovunque sempre, ma nel 2027 — bicentenario della morte — raggiungerà una saturazione che farà sembrare il 2020 un anno di relativa sobrietà beethoveniana. Ci prepariamo.
