Teatri di Tradizione
Ferrara

Teatro Comunale di Ferrara

Dalla musica alla poesia, dalle arti figurative all’architettura, nel 1400 Ferrara diviene uno dei più attivi centri culturali europei, ed è in questo clima di grande fervore intellettuale che nasce il teatro moderno.

Il Teatro: gli anni della costruzione

La vicenda che porta all’edificazione del Teatro Comunale di Ferrara è particolarmente complessa: stimolato dalle richieste della cittadinanza, nel 1773 il Cardinale Legato Scipione Borghese, pur in assenza di un preciso piano di finanziamento, commissiona il progetto per un nuovo teatro agli architetti Cosimo Morelli e Antonio Foschini. L’ubicazione dell’edificio è individuata dallo stesso Cardinale: centrale rispetto all’urbanistica cittadina, legato agli altri edifici del potere e a quelli rappresentativi della vita sociale e istituzionale, il Teatro deve sorgere nel cuore stesso della città, di fronte al Castello Estense e sull’avvio della strada regia della Giovecca.

A causa di successivi contrasti, il progetto si arena sino a quando, nel 1778, il Cardinale Francesco Carafa si insedia a capo della Legazione ferrarese e affida a Giuseppe Campana, architetto formatosi a Roma e stimato dalla Curia, la realizzazione di un nuovo studio.

Nel 1787, quando alla direzione della Legazione ferrarese subentra il Cardinale Ferdinando Spinelli, i lavori di costruzione del Teatro subiscono una nuova battuta d’arresto: il progetto viene completamente ridiscusso da una commissione di esperti, a cui partecipano tra gli altri Giovanni Piermarini, progettista del Teatro della Scala a Milano, Giuseppe Valadier, che costruirà il nuovo Teatro di Tordinona a Roma, e il matematico Giovanni Stratico; vengono poi nuovamente coinvolti in modo diretto Cosimo Morelli e Antonio Foschini. Il gruppo di lavoro che si costituisce porta a soluzione i problemi di varia natura che avevano fatto bloccare i progetti precedenti e dà inizio ai lavori di costruzione.

Oggi è possibile individuare con sufficiente precisione gli apporti di Morelli e Foschini: al primo è attribuita la realizzazione della Rotonda a forma ellittica, suggerita dal Piermarini, e la sistemazione della facciata a loggiato rustico con la presenza sui fronti di botteghe destinate alle più varie attività, mentre al Foschini appartengono le soluzioni riguardanti il vano d’ingresso anteriore con lo scalone d’onore, le sale per la conversazione e le sale del piano nobile, destinate ad appartamento del Cardinal Legato a cui si accedeva da una scala segreta. La curva ellittica della sala teatrale e l’organizzazione dei palchetti sono frutto di un ulteriore progetto, sintesi delle proposte di entrambi.

L’Ottocento: il “secolo d’oro”

L’Ottocento è il “secolo d’oro” del Teatro Comunale di Ferrara. Le stagioni d’opera si avvicendano regolarmente sino alla Prima Guerra Mondiale: quella di Carnevale, tre o quattro opere serie da Santo Stefano a Martedì grasso; la Stagione di Primavera da fine aprile a inizio giugno con opere a ballo; una Stagione minore d’Autunno con titoli buffi tra novembre e i primi di dicembre. Ciascuna famiglia di rango possedeva un palco e andava a teatro ogni sera con regolarità, utilizzando i contropalchi per la preparazione di spuntini e cene da parte della servitù.

Lungo tutto l’Ottocento, il ciclo di spettacoli di gran lunga più prestigioso e atteso dal pubblico ferrarese era quello della Stagione di Carnevale, che si apriva a Santo Stefano e terminava col Veglione di Martedì grasso dell’anno successivo, costituendo una sequenza di occasioni di mondanità non più riproducibile nel corso dei restanti mesi dell’anno.

Quanto alle sue modalità organizzative, tra ottobre e novembre aveva luogo l’appalto tra la municipalità e gli impresari partecipanti, ai primi di dicembre l’impresa che aveva ottenuta la concessione si rivolgeva ai proprietari dei palchi con una circolare in cui proponeva un numero garantito di recite (al solito una trentina per tre titoli) e una somma con cui sottoscrivere l’abbonamento. Gli incassi delle tombole e dei veglioni di Carnevale erano considerate parte integrante e tutt’altro che trascurabile nel bilancio dell’impresa. Quanto al cast i suoi componenti arrivavano un po’ prima di Natale e si alternavano coprendo i ruoli di tutte le opere programmate; frequenti erano i casi di sostituzione per malattia o inadeguatezza.

L’impresario era una figura-cardine del sistema organizzativo, un po’ manager e un po’ avventuriero; casi di bancarotta e di fuga del capo dell’impresa con la cassa nel bel mezzo della stagione non erano poi infrequenti; il suo era sicuramente uno dei ruoli sociali più esposti e un allestimento infelice poteva esser causa, oltre che di mancati incassi, di furor di popolo. La seconda dell’opera Celinda di Enrico Petrella genera tale disappunto negli spettatori ferraresi della Stagione di Primavera 1870 da provocare tumulti per sedare i quali occorre l’intervento della forza pubblica.

Masse orchestrali e corali per le stagioni liriche furono, per tutto il XIX secolo, scelte e istruite in loco: in pratica il Teatro Comunale di Ferrara potè vantare fino alla Prima Guerra Mondiale un’Orchestra e un Coro fissi. Gran parte dell’Orchestra proveniva inizialmente dalla Cappella Musicale del Duomo e il Reggimento Austriaco di stanza in città provvedeva a fornirle gli strumentisti a fiato, in particolare gli ottoni: l’attuale Conservatorio “Frescobaldi” venne fondato come Scuola Comunale di Musica nel 1870 proprio per formare orchestrali per il teatro. Per i coristi ci arrangiava nel vasto bacino degli amatori dotati di orecchio e passione: ancora nei primi anni del ‘900 la quasi totalità dei coristi del teatro cantava senza sapere leggere la musica.

Ma i veri divi dell’epoca erano i tenori e soprani: le prime parti delle opere di stagione percepivano compensi stratosferici per ogni recita: l’aristocrazia cittadina li coccolava dedicando loro componimenti poetici originali (sonetti a volte stampati su seta e gettati dai palchi all’artisti in scena) e ricoprendoli di doni. A integrare i loro già cospicui introiti provvedeva poi l’istituto della “beneficiata”, la serata d’onore di cui l’impresario lasciava l’incasso al cantante; “il seratante” ricambiava l’onore uscendo tra gli atti dell’opera, a volte coadiuvato da un secondo interprete “che gentilmente si prestava” e – cosa inconcepibile per le nostre moderne consuetudini di ascolto – cantava alcune delle sue arie preferite.

I concerti nasceranno proprio così, esibizioni di uno strumentista “tollerate” da un pubblico di provincia come interludio operistico. Per Stagioni Concertistiche modernamente intese bisognerà attendere gli ultimi due decenni dell’Ottocento e in particolare quelle organizzate a Teatro dal 1898 dalla Società del Quartetto.

Teatro Comunale di Ferrara
L’edificio: la platea

Da principio il Teatro fu anche sede di feste danzanti e punto di incontro. Parte della platea era occupata da arredi mobili, lo spazio prossimo al palcoscenico riservato all’orchestra, collocata fino al centro. Lungo il perimetro era collocata una ringhiera dietro la quale c’erano i posti in piedi. Subito dopo l’inaugurazione viene eliminata la ringhiera e vengono inserite delle panche. Solo nel XX secolo si arriva alla realizzazione di una platea simile a quella odierna. Nel 1928 viene realizzata la buca per l’orchestra e aumentata l’inclinazione del piano di proscenio. Interventi recenti: nel 1987 è stata realizzata una pavimentazione in legno; nel 1995 è stata aumentata l’inclinazione del pavimento della platea rispetto al palcoscenico e sono state riposizionate le poltrone, nel 1996 è stata installata una piattaforma per l’allestimento della buca orchestrale. Nel 2001 è stato ultimato l’impianto di climatizzazione.

I palchi e il soffitto

I palchi nei teatri pubblici garantiscono, attraverso la vendita e l’affitto, gli introiti per la costruzione e la gestione. Queste motivazioni sono presenti per il Comunale fin dalla progettazione. Cinque gli ordini di palchi, allineati e separati da tramezze. Il Foschini orienta i palchetti per garantire acustica e visibilità ottimali e impone l’impiego di un laterizio sottile per resa acustica simile al legno. Grande attenzione è posta anche alla decorazione, realizzata a stucco e in rilievo, e alla vernice da stendere all’interno e all’esterno. Anche il plafone e la curvatura del soffitto sono progettati con strutture leggerissime.

Le decorazioni della sala

La decorazione della cavea, affidata nel 1791 a Serafino Barozzi, viene rinnovata nella prima metà dell’Ottocento in occasione dei primi interventi di ristrutturazione e adeguamento. Un primo nucleo di lavori viene eseguito nel 1825-1826 dal figurista milanese Angelo Monticelli, ma l’intervento più significativo è quello realizzato dopo 25 anni da Francesco Migliari. Dopo aver preso parte ai restauri del 1825, il Migliari aveva realizzato nel 1833 un sipario dipinto il cui soggetto trae ispirazione dall’Orlando Furioso. Fra i lavori di quel triennio va segnalato l’inserimento, nel soffitto, del rosone e della lumiera, che prende luce dal tetto. La disposizione decorativa progettata dal Migliari è di matrice “romantica”. Per ogni ordine di palchi prevede decorazioni diverse, mentre il boccascena viene trattato come una parasta antica. Interessante è la scelta del soggetto per il soffitto, dove nelle quattro scene della vita di Giulio Cesare è trasfuso il patriottismo dell’epoca. Una fascia esterna a motivi neorinascimentali circonda le immagini e verso il centro c’è un fregio. Domina il soffitto un ampio rosone traforato.

Il palcoscenico

All’epoca della costruzione il palcoscenico del teatro era uno dei più ampi e tuttora è ragguardevole. È stato adeguato, ma sono rimaste integre le strutture fondamentali della scena. Foschini realizzò guide per far scorrere le quinte e i ‘telieri’ delle scene fino al centro del palcoscenico. Complessi i meccanismi per la movimentazione delle quinte e dei soffitti, il cambiamento dei quadri e gli effetti scenici. Il delicato apparato è oggi sostituito da sistemi elettrici: sono completamente automatizzati gli impianti di palcoscenico per luci e suono.



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