Alla Scala di Milano debutta in prima assoluta “Il nome della rosa“, nuova opera di Francesco Filidei ispirata al celebre romanzo di Umberto Eco, frutto di una commissione congiunta del teatro milanese e dell’Opéra national de Paris. Lo spettacolo è coprodotto dalla Scala con l’Opéra e con il Teatro Carlo Felice di Genova. Pubblicato nel 1980 e divenuto un fenomeno editoriale internazionale con oltre 50 milioni di copie vendute in più di 40 lingue, Il nome della rosa è stato anche un grande successo cinematografico, grazie al film di culto diretto da Jean-Jacques Annaud nel 1986 con Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville. Francesco Filidei (Pisa 1973), tra i compositore più interessanti della scena internazionale, eseguito sulle maggiori ribalte del mondo, ha affrontato la sfida di trasporre in musica il capolavoro di Umberto Eco traendone un’ opera in due atti, la sua terza creazione teatrale, dopo Giordano Bruno (2015) e L’inondation (2019). Il libretto, firmato dallo stesso Filidei con Stefano Busellato e la collaborazione di Hannah Dübgen e Carlo Pernigotti, è stato redatto in doppia versione – italiana e francese – per le prime rappresentazioni a Milano e Parigi. Edita da Casa Ricordi, Il nome della rosa rappresenta anche il secondo progetto promosso dal Teatro alla Scala nell’ambito della collaborazione con la SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori – per il sostegno alla nuova creatività. La prima edizione, dedicata alla coreografia, aveva dato vita a Madina, creazione firmata da Mauro Bigonzetti su musica di Fabio Vacchi, presentata nel 2021. A dirigere l’opera è Ingo Metzmacher; la regia è affidata a Damiano Michieletto, con scene di Paolo Fantin, costumi di Carla Teti, luci di Fabio Barettin, drammaturgia di Mattia Palma e coreografia di Erika Rombaldoni. Il cast riunisce voci di spicco del panorama internazionale: Kate Lindsey (en travesti) è il giovane Adso da Melk, mentre Lucas Meachem dà volto e voce a Guglielmo da Baskerville. Gianluca Buratto è l’anziano e temibile Jorge de Burgos, Daniela Barcellona (en travesti) interpreta l’Inquisitore Bernardo Gui. Completano la compagnia di canto Fabrizio Beggi (Abbone da Fossanova), Katrina Galka (la ragazza del villaggio e la Vergine), Roberto Frontali (Salvatore), Giorgio Berrugi (Remigio da Varagine), Owen Willetts (Malachia), Paolo Antognetti (Severino), Carlo Vistoli (Berengario e Adelmo), Leonardo Cortellazzi (Venanzio e Giovanni Dalbena), Adrien Mathonat (Girolamo e il Cuoco), Cecilia Bernini (Ubertino da Casale), Flavio D’Ambra (Michele da Cesena), Ramtin Ghazavi (Cardinale Bertrando) e Alessandro Senes (Jean d’Anneaux).
La voce dell’Adso anziano è affidata al Coro del Teatro alla Scala diretto da Alberto Malazzi, mentre i novizi sono interpretati dalle Voci bianche del Coro dell’Accademia, preparate da Bruno Casoni. L’opera Per impostare il lavoro compositivo, Francesco Filidei si è chiesto innanzitutto quale sarebbe stato il percorso narrativo di Eco se fosse stato un musicista invece che uno scrittore. Per rispondere è necessario analizzare la struttura narrativa del romanzo per tradurla in drammaturgia musicale. Un nodo centrale è la relazione che il testo intrattiene con il romanzo popolare ottocentesco, soprattutto francese (Il conte di Montecristo, I misteri di Parigi, ecc.), che Filidei estende all’opera popolare ottocentesca, soprattutto italiana (Don Carlos, Il trovatore). Eco stesso, spiega Filidei, indica la strada da seguire quando nelle Postille al Nome della Rosa parla di “un libro che assumeva una struttura da melodramma buffo, con lunghi recitativi, e ampie Arie”. Eco racconta inoltre di aver compiuto un lavoro analogo a quello realizzato da Mahler nelle sue sinfonie (e in questo senso non si può non ricordare la sua amicizia con Berio e il Terzo Movimento di Sinfonia, gravitante intorno allo Scherzo della Seconda di Mahler). Filidei sviluppa quindi il suo discorso musicale come una struttura portante di tipo sinfonico su cui si innesta una successione di arie e recitativi, quasi forme chiuse, il cui materiale è derivato principalmente dalla variazione di melodie gregoriane. È la dimensione del sacro a giustificare il passaggio dalla parola al canto. Drammaturgicamente l’opera, che ha la struttura di un autentico grand-opéra con oltre una quindicina di personaggi, sfrutta la struttura del romanzo, in cui i fatti sono sempre presentati “de relato”, per dare a ciascuno un’aria. Le riflessioni teologiche e filosofiche, inserite da Eco nel libro e difficili da tradurre in linguaggio teatrale, sono riflesse nella costruzione formale di alcune sezioni del lavoro, attraverso madrigalismi e strutture leitmotiviche associate alle varie tematiche proposte. Filidei condivide la passione di Eco per la materia linguistica, si tratti di parole o di note, e il gusto per la struttura e la simmetria. Il nome della rosa è diviso in sette giornate, tre delle quali formano il primo atto e quattro (l’ultima è una chiusa di breve durata) il secondo. I due atti hanno forma simmetrica e le scene sono costruite ciascuna su una nota: do, do diesis, re bemolle, re… e poi specularmente fino a tornare al do. Ne consegue un’architettura formale rigorosa, ma anche la rappresentazione grafica di un labirinto, o dell’abbraccio dei petali: un’opera in forma di rosa. Il romanzo Quando Umberto Eco scrive Il nome della rosa, nel 1980, ha 48 anni ed è uno dei semiologi più influenti della scena culturale europea. Al prestigio accademico, riflesso nel Trattato di semiotica generale del 1975, unisce una vasta popolarità grazie alle sue analisi scientificamente inappuntabili ma sempre partecipi ed empatiche della cultura di massa: volumi come Opera aperta, Diario minimo, Apocalittici e integrati, Il superuomo di massa oltre al diffusissimo Come si fa una tesi di laurea, sono successi editoriali eclatanti che lasciano un segno nella cultura italiana del terzo quarto del ‘900. Saggista di successo, Eco ritorna alla passione mai estinta per la filosofia medievale (si era laureato con Luigi Pareyson sull’estetica di Tommaso d’Aquino) per il suo primo e unico romanzo, edito da Bompiani, che vende oltre 50 milioni di copie imponendosi tra i libri più letti e tradotti della letteratura italiana del ‘900, anche grazie alla versione cinematografica di Jean-Jacques Annaud del 1986 con Sean Connery, F. Murray Abraham e Christian Slater. La trama, che Eco finge di aver desunto dagli scritti dell’immaginario frate francescano Adso da Melk, è quella di un giallo, ambientato in un monastero cluniacense nel 1327 dove si verifica una serie di omicidi. L’autore mostra la sua dottrina e il suo gusto della minuta descrizione della vita medievale nell’ambientazione in cui ricorrono i topoi della biblioteca e del labirinto, ma la tensione narrativa è garantita, oltre che dalla ricerca degli assassini, dalla sottesa perorazione sul valore della conoscenza e della libertà. Chiave del mistero sarà il Secondo libro della Poetica di Aristotele, nella realtà perduto, in cui lo stagirita affronta il tema della Commedia. – (Photocredit © Brescia & Amisano)