
Festival Classica
Lucignano Music Festival 2026 – VI edizione “L’Età dell’Oro”

C’è chi ricorda l’odore delle cozze appena aperte, con una goccia di limone, e quello delle cassette di pesce scaricate all’alba e vendute per poche lire — un’epoca che non torna, ma che torna ogni volta che il naso incontra per caso lo stesso odore, sul lungomare, la sera. C’è chi ricorda la pesca notturna dei totani, il motore spento e il silenzio dell’acqua, e in mezzo a quel silenzio, portato dal vento, il suono di un violino che nessuno sapeva da dove venisse. Sono ricordi che il mare tiene meglio di qualsiasi fotografia, perché li tiene per naso, non per immagine — ed è forse per questo che chi torna ogni estate su una spiaggia, a un concerto, sta cercando meno la musica di quanto stia cercando quell’odore lì, quella sera lì, che non tornerà più uguale.
A Cervo, prima che cominci il concerto, in piazza c’è profumo di gelato — una licenza che il luogo si concede, perché lì, per una sera, non è il mare a dettare gli odori ma il bar sull’angolo. Sembra arrivare dalla bouganvillea che gli cresce sopra, che di suo non profuma affatto, eppure in quel momento sembrava giusto che fosse lei. È un dettaglio piccolo e sbagliato, di quelli che restano in mente più della musica: il naso che inventa una fonte perché tutto intorno, in quella piazza, sembra fatto apposta per essere respirato insieme a quello che si sta per ascoltare.
A Ravello, in ultima fila, davanti a me c’era una signora elegante, e non si capiva se l’odore fosse il suo profumo, o dei limoni, o del mare sotto — probabilmente erano la stessa cosa, mescolata, ed era inutile cercare di separarli. Il mare si sentiva più che vederlo: un rumore calmo, quando è calmo, che restava sotto la musica come un secondo strumento che nessuno aveva scritto in partitura.
È questo che i festival costieri hanno e nessuna sala da concerto può avere: un auditorium fatto di sensi prima che di acustica. Il mare non entra mai da solo — arriva insieme a un odore che non si sa più di chi sia, a un rumore di sedie, a un dettaglio fuori posto che la mente si inventa perché tutto, in quel momento, sembra dover avere un senso.
Ad Acireale, prima del concerto, si passa da Piazza Belvedere. Sotto, la linea degli scogli; davanti, lo Ionio, con quell’illusione — sarà vero, sarà suggestione — di scorgere Zante all’orizzonte. Sulla piazza, come sempre, come ovunque, dei ragazzini giocano a pallone senza sapere né importarsene che tra un’ora, poco più in là, si suonerà musica scritta trecento anni fa. Poi si entra nel giardino di Villa Pennisi — uno dei pochi rimasti intatti nelle sue misure originali, con i viali stretti tra siepi di bosso e un gazebo di ferro battuto su cui si arrampica un glicine. Ci si siede tra gli agapanthus azzurri e i cespugli di rose, e la musica colta arriva in un giardino ottocentesco pensato per essere attraversato in carrozza, non per ascoltare un quartetto — eppure ci sta, come se fosse sempre stato lì ad aspettare.
A Levanto, l’antico borgo marinaro che tutti chiamano “porta delle Cinque Terre”, il mare non è una cornice ma un corridoio: basta girare un angolo di vicolo e ci si ritrova sulla sabbia. Ed è forse per questo che a Lerici, poco più giù, il festival ha deciso quest’anno di chiamare le cose con il loro nome: il filo conduttore dell’edizione 2026 è proprio l’Acqua, scelto dal direttore artistico Gianluca Marcianò per aprire un ciclo dedicato ai quattro elementi. A Marinella di San Terenzo il mare è a due passi, incastonato tra la roccia, e non c’è bisogno di spiegare perché sia diventato il tema: lì il mare non accompagna la musica, la precede — è presenza prima ancora che metafora, e il programma lo sa, e lascia che repertori diversi si muovano dentro quell’unica parola, come l’acqua fa da secoli con la costa che le sta intorno.
Il Festival Lirico dei Teatri di Pietra attraversa la Sicilia con oltre quaranta appuntamenti, da Taormina a Siracusa, Tindari, Selinunte e Agrigento, da Morgantina a Palazzolo Acreide, fino a Ragusa, Mazara del Vallo, Palagonia, Catania, Palermo. A Mazara le rovine tra cui risuona la musica portano ancora addosso il passaggio di fenici e romani, e prima o dopo il concerto capita di mangiare un gambero rosso crudo, abbattuto già a bordo del peschereccio: il gusto del mare che arriva sulla lingua ancora integro, come la musica arriva alle orecchie senza il filtro di una sala. È lo stesso principio, ripetuto in un altro senso.
A Capraia, il comune meno popolato della Toscana, ci si arriva solo in traghetto, e chi sbarca ha ancora addosso l’odore della traversata — salsedine, motore, l’attesa di un’isola piccola che si avvicina piano. Quando la sera ci si siede per un concerto, quella fatica resta, e forse è parte di quello che si ascolta.
Ci sono poi i concerti all’alba, dove l’odore cambia ancora — non più sera, ma quello freddo di prima del sole, mentre il cielo cambia colore sull’acqua e i pescatori tornano dalla notte, mentre chi è venuto ad ascoltare si chiede, per un attimo, perché si sia svegliato così presto in vacanza, e poi smette di chiederselo appena parte la prima nota.
È lo stesso mare che sente chi fa il bagno a mezzogiorno e chi ascolta un violino la sera — e forse chi torna ogni estate a un concerto sul mare non sta cercando solo la musica: sta cercando, senza saperlo, l’odore di un’altra sera, di un’altra estate, che il vento e il sale hanno tenuto in serbo meglio di qualsiasi ricordo.
