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Si è tenuto il 12 Set '26

Ci sono programmi che sembrano costruiti con una logica drammaturgica precisa, quasi teatrale. Quello che l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia propone nelle serate del 18, 19 e 20 giugno 2026 appartiene a questa categoria: un arco che va dalla luminosità quasi incosciente di un adolescente di genio fino all’abisso interiore di un uomo che sapeva di combattere una battaglia impari contro sé stesso.
Si apre con l’ouverture dal Sogno di una notte di mezza estate, pagina che Felix Mendelssohn scrisse a diciassette anni con una padronanza orchestrale che ancora oggi lascia perplessi i teorici della formazione musicale. Non è precosità nel senso romantico del termine — quel senso che implica sempre una qualche incompiutezza — ma maturità vera, capace di tradurre Shakespeare in suono senza ridurlo né tradirlo. Gli archi in sordina che aprono l’ouverture hanno qualcosa di sospeso tra il sogno e la veglia, una leggerezza che non è superficialità ma piuttosto quella condizione rara in cui la forma e il contenuto coincidono perfettamente.
A seguire, il Concerto per violino in mi minore: forse l’opera di Mendelssohn più amata dal pubblico, e non senza ragione. La scelta di affidare la parte solistica a Karen Gomyo merita attenzione. Violinista di formazione internazionale — nata a Tokyo, cresciuta tra Montreal e New York, allieva di Dorothy DeLay alla Juilliard School — Gomyo ha costruito nel tempo una voce strumentale in cui la precisione tecnica non soffoca mai l’impulso espressivo. Il concerto di Mendelssohn, con la sua struttura senza pause tra i movimenti e il celebre incipit solistico che brucia ogni indugio introduttivo, richiede esattamente questo: una presenza che sappia essere intensa senza diventare retorica.
La seconda parte della serata cambia registro in modo netto. La Sinfonia n. 4 in fa minore di Pëtr Il’ič Čajkovskij è un’opera che il compositore stesso descrisse in una lettera alla sua mecenate Nadežda von Meck come la raffigurazione di un Fato implacabile — quel motivo di ottoni che irrompe nell’introduzione e torna a scandire ogni tentativo di fuga. La sinfonia fu composta tra il 1877 e il 1878, negli anni immediatamente successivi al fallimento del matrimonio con Antonina Miljukova, vicenda che portò Čajkovskij sull’orlo del collasso nervoso. Non è necessario ridurre la musica alla biografia, ma sarebbe ingenuo fingere che questa sinfonia possa essere ascoltata come pura architettura sonora: la tensione tra il peso del primo tema e le distese liriche che lo attraversano ha una qualità esperienziale che si impone prima ancora dell’analisi.
A tenere le fila del programma è Jakub Hrůša, direttore ceco che con l’Orchestra di Santa Cecilia ha costruito nel tempo un rapporto di evidente affinità. Hrůša appartiene a quella generazione di direttori europei — la stessa di Robin Ticciati, Klaus Mäkelä, Lorenzo Viotti — che ha saputo coniugare rigore interpretativo e capacità di comunicazione senza che l’una comprometta l’altra. Il suo Čajkovskij, in particolare, è noto per evitare la deriva sentimentale che spesso affligge le letture di questo repertorio, mantenendo la tensione strutturale anche nei momenti di maggiore distensione lirica.
Il concerto rappresenta la chiusura di stagione dell’Accademia: un momento in cui il pubblico e l’orchestra si congedano con un programma che non rinuncia all’ambizione. Tre serate, la stessa musica, la stessa sala — eppure ogni esecuzione sarà inevitabilmente diversa, perché la musica dal vivo non conosce la replica vera, solo l’approssimazione.

Interpreti
Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa CeciliaProgramma
Mendelssohn — Sogno di una notte di mezza estate: OuvertureRepliche
Giovedì 18 giugno 2026, ore 20 Venerdì 19 giugno 2026, ore 20 Sabato 20 giugno 2026, ore 18Chi organizza