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Villa Verdi, Riccardo Muti torna a Sant’Agata: il 12 settembre
Si terrà il giorno 12 Set '26

Nel catalogo donizettiano, Enrico di Borgogna occupa una posizione peculiare: non è il capolavoro maturo, non è il titolo che i teatri si contendono, ma è l’inizio — la prima opera effettivamente rappresentata di un compositore che allora aveva poco più di vent’anni. Il Teatro La Fenice la riporta in scena al Teatro Malibran con un nuovo allestimento firmato da Silvia Paoli, in coproduzione con la Fondazione Donizetti di Bergamo, nell’ambito della Stagione Lirica e Balletto 2025-2026. Cinque recite: 12, 14, 16, 18 e 20 giugno 2026.
L’opera andò in scena per la prima volta al Teatro Vendramin San Luca di Venezia il 14 novembre 1818, su libretto di Bartolomeo Merelli — il futuro impresario che avrebbe poi scoperto e lanciato Verdi — tratto dal dramma Der Graf von Burgund di August von Kotzebue. La prima fu, per usare un eufemismo, movimentata: il soprano Adelina Catalani, probabilmente sopraffatta dall’emozione del debutto assoluto, svenne al termine del primo atto e dovette essere sostituita da un’altra cantante per il finale. Tre numeri del secondo atto furono tagliati. L’opera nella sua interezza si poté ascoltare soltanto il 15 e 16 dicembre 1818. Donizetti era arrivato a Venezia a cose fatte e aveva dovuto adattare la parte di Elisa a una tessitura più acuta: un battesimo operistico che aveva tutti i caratteri dell’improvvisazione.
Il direttore Corrado Rovaris, alla guida dell’Orchestra e del Coro del Teatro La Fenice, inquadra con precisione il contesto in cui quella prima si consumò: nel 1818 Rossini era l’eroe indiscusso della scena veneziana, e il giovane bergamasco esordiva in un teatro di grande storia con una partitura in cui l’influenza rossiniana è riconoscibile — riferita però, come precisa Rovaris, a un Rossini delle farse e del Tancredi piuttosto che al periodo più tardo. In questa prospettiva, il valore filologico del titolo è notevole: ascoltare l’Enrico significa assistere al punto di partenza di un percorso stilistico che avrebbe percorso decenni e oltre sessanta opere.
La regista Silvia Paoli ha costruito il proprio approccio intorno a quella prima del 1818, ricostruendone le condizioni materiali e psicologiche: Donizetti alla prova con il pubblico veneziano, Merelli con il suo primo libretto, la Catalani al debutto assoluto, le scene recuperate da altri allestimenti, la censura appena superata. Il risultato dichiarato è «la storia della ‘prima’»: non una mise en scène del dramma di Enrico, ma una riflessione sul momento dell’inizio, sulla fragilità di ogni debutto, sulla differenza tra partitura e rappresentazione. Scene di Andrea Belli, costumi di Valeria Donata Bettella, light design di Fiammetta Baldiserri.
La trama segue la struttura archetipica della favola di riconoscimento: il giovane Enrico, figlio dello spodestato sovrano, viene allevato in incognito da un pastore fedele, s’innamora di Elisa — promessa sposa di Guido, re usurpatore — e alla fine recupera identità, trono e amata. È il teatro del ricongiungimento, dell’ordine ristabilito, dell’identità ritrovata: una convenzione del tutto consapevole in Merelli, e che Donizetti accetta senza resistenza, concentrando le proprie energie sull’elaborazione musicale più che sulla drammaturgia.
Lo spettacolo è presentato nella revisione critica a cura di Anders Wiklund (2018), con sopratitoli in italiano. La prima del 12 giugno sarà trasmessa in differita da Rai Radio 3.

Interpreti
Direttore: Corrado Rovaris — Regia: Silvia PaoliProgramma
Donizetti, Enrico di Borgogna — melodramma in due attiChi organizza
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