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Classe D da 80 a 2.000 euro: che cosa si compra davvero

Chip, alimentazione, controreazione e contorno: una lettura “sotto il cofano” degli amplificatori in classe D, per capire dove va il prezzo e dove il suono.

Chi oggi si affaccia al mercato degli amplificatori incontra una galleria di scatole di alluminio sorprendentemente simili. La sigla è la stessa, classe D; la promessa è la stessa, alta fedeltà; le cifre di potenza sono spesso generose fino all’inverosimile. Il prezzo, invece, oscilla da poche decine di euro a qualche migliaio, e nulla nella vetrina spiega la distanza. Il lettore che cerca un amplificatore per la musica classica si trova così nella condizione di chi deve scegliere un vino con le etichette scritte in una lingua che non conosce.

Prima di entrare nel merito conviene sciogliere un pregiudizio. Per una parte del mondo audiofilo la classe D resta una sorta di mostruosità: la tecnica delle casse per computer e dei subwoofer attivi, approdata negli amplificatori domestici con acuti taglienti e timbri impoveriti. La cattiva fama è stata meritata fino ai primi anni Duemila; i moduli dell’ultima generazione, firmati da Hypex e Purifi, hanno però risolto i problemi storici della distorsione in alta frequenza e della dipendenza dai diffusori, e per le misure si collocano oggi fra i migliori amplificatori di qualunque classe. Resta vero che molti appassionati amano la lieve distorsione armonica delle valvole e della classe A, che ispessisce il suono e lo ammorbidisce: passati a un classe D molto pulito, percepiscono l’assenza di quella firma come una freddezza del nuovo apparecchio. È una preferenza legittima, a patto di riconoscerla come gusto, senza scambiarla per una verità tecnica, e appartiene alla stessa famiglia di piaceri che fa amare il calore di un telaio, il peso di un trasformatore, l’oscillazione di un VU-metro.

In Le classi dell’amplificazione abbiamo descritto il principio della classe D: transistor usati come interruttori, un treno di impulsi, un filtro che restituisce la forma d’onda musicale. Qui conviene aprire il coperchio. Nella classe D l’architettura di base è comune a tutti gli apparecchi, e le differenze si concentrano in quattro strati: il cuore amplificante, l’alimentazione, il modo in cui il circuito controlla il proprio lavoro in presenza dei diffusori, e tutto ciò che sta intorno all’amplificazione vera e propria. Il prezzo si distribuisce fra questi strati in proporzioni che la pubblicità ha ogni interesse a lasciare nell’ombra.

Il chip e la sua etichetta

Alla base della scala si trovano gli apparecchi costruiti attorno a un circuito integrato generico, quasi sempre di Texas Instruments. Il più diffuso è il TPA3116D2, il cuore di innumerevoli scatolette cinesi vendute sotto marchi diversi, dal Fosi BT30A in giù. La sua scheda tecnica dichiara 50 watt per canale su 4 ohm con alimentazione a 21 volt, ma alla condizione, riportata in piccolo, di una distorsione del 10 per cento: un livello al quale la forma d’onda è già visibilmente tosata. La stessa documentazione indica una distorsione dello 0,1 per cento a metà di quella potenza, ed è questo il dato che descrive l’uso reale. Nelle inserzioni migra soltanto il primo numero. Un apparecchio di questo genere resta un oggetto onesto per la cucina, lo studio, la scrivania; affidargli una sinfonia di Bruckner a volume realistico significa chiedergli ciò che il chip non promette.

Il gradino successivo è il TPA3255, integrato più robusto della stessa casa, e il caso del Fosi V3 ne mostra con chiarezza il paradosso. In Italia costava nel 2023 intorno ai 69 euro senza alimentatore, 87 con l’alimentatore da 32 volt e 118 con quello da 48, e la confezione dichiara 300 watt per canale. Le misure indipendenti raccontano altro: circa 38 watt su 8 ohm con l’alimentatore di serie, 89 con quello da 48 volt a una distorsione dello 0,01 per cento. Il prodotto, in altre parole, è migliore della propria pubblicità, caso raro in cui il marketing danneggia l’oggetto che dovrebbe vendere. Con lo stesso chip il WiiM Amp dichiara invece 60 watt su 8 ohm, e il laboratorio di Hi-Fi News ne ha misurati 64: qui l’etichetta dice il vero, e aggiunge streaming, convertitore e ingresso HDMI. Il WiiM costa circa il triplo del Fosi con lo stesso componente amplificante, ed è la prima lezione del mercato: a parità di cuore, la differenza di prezzo sta nel contorno.

Per la fascia più bassa il bilancio si può dunque tracciare con chiarezza. Con ottanta euro si portano a casa, sotto la stessa sigla, due oggetti di natura diversa. Il primo è la scatoletta con chip TPA3116, spesso dotata di Bluetooth e di uscita per il subwoofer: una ventina di watt puliti, o poco più, sufficienti per piccoli diffusori efficienti a volume domestico moderato, in cucina, nello studio, accanto al televisore. Il secondo è un finale essenziale con TPA3255 come il Fosi V3, con un solo ingresso e una manopola del volume: a 87 euro con l’alimentatore di serie offre una quarantina di watt puliti, e con quello da 48 volt, a poco meno di 120, arriva a quasi 90, abbastanza per pilotare con pulizia una coppia di buoni diffusori da scaffale in una stanza di dimensioni medie. Ciò che a questo prezzo manca è tutto il resto: più ingressi, un telecomando, un convertitore, un’alimentazione interna al telaio, un’assistenza di prossimità. Per chi possiede già una sorgente con regolazione del volume, un convertitore o un lettore di rete, la fascia più bassa offre oggi il rapporto fra spesa e fedeltà più favorevole dell’intero mercato; per chi parte da zero segna soltanto il punto d’ingresso di un impianto ancora da costruire.

L’alimentatore, parte muta del progetto

Il salto del Fosi V3 con un diverso alimentatore esterno illustra un principio che le schede tecniche tendono a nascondere: il chip stabilisce il potenziale, l’alimentazione ne fissa il limite. Per il repertorio sinfonico il punto è decisivo, perché la musica orchestrale vive di picchi brevi e violenti su un fondo a livello contenuto, e il fattore di cresta che ne deriva chiede all’alimentazione una riserva pronta nel momento del tutti. Un alimentatore esterno da laptop, per quanto dimensionato con cura, rappresenta il compromesso della fascia economica; salendo di prezzo l’alimentazione rientra nel telaio e cresce di capacità, e il modulo Hypex adottato dall’assemblatore britannico Nord, di cui si dirà, integra un alimentatore da 650 watt nella stessa scheda dell’amplificatore.

Il filtro, il diffusore e la controreazione

Ogni amplificatore in classe D termina con un filtro induttivo e capacitivo che toglie gli impulsi ad alta frequenza e restituisce il segnale musicale. Il filtro viene calcolato per un carico ideale, ma un diffusore reale presenta un’impedenza che varia con la frequenza, e l’interazione fra i due può modificare la risposta dell’amplificatore in modo diverso con ogni coppia di casse. Il risultato è un apparecchio il cui carattere dipende da ciò che gli si collega, esattamente il contrario della neutralità che la musica classica richiede.

Il rimedio consiste nel prelevare la controreazione dopo il filtro, così che il circuito corregga anche gli errori introdotti dal filtro stesso: i tecnici la chiamano PFFB, post-filter feedback. Texas Instruments ha pubblicato da anni una nota applicativa che ne descrive l’implementazione sui propri TPA325x, e l’indicazione è entrata soltanto di recente nei prodotti economici: il Fosi V3 Mono, finale monofonico venduto intorno ai 340 euro la coppia con due alimentatori da 48 volt, e il WiiM Amp Pro, attorno ai 459 euro. La distanza fra una scatoletta qualunque e una ben progettata passa anche da qui. I moduli di fascia alta seguono da tempo lo stesso principio: le architetture Hypex NCore ricavano la controreazione direttamente dai morsetti dell’altoparlante, e la PFFB dei chip economici appare così come la divulgazione di un’idea che aveva reso celebri i moduli costosi.

I moduli: Hypex, Purifi e gli assemblatori

Sopra il chip generico si colloca il mondo dei moduli, circuiti amplificatori completi prodotti da aziende specializzate e venduti ad altri costruttori. La storia moderna di questo segmento porta il nome di Bruno Putzeys, ingegnere belga che dal 2005 sviluppò per l’olandese Hypex la piattaforma NCore, e che in seguito fondò in Danimarca, con Lars Risbo e Peter Lyngdorf, la Purifi, il cui modulo Eigentakt, presentato nel 2019, è stato concesso in licenza anche a NAD. Questi moduli hanno portato la classe D a livelli di distorsione e di rumore che molti amplificatori tradizionali di prezzo assai superiore non raggiungono.

Poiché il modulo si compra, qualcuno ha pensato di venderlo quasi nudo. È il fenomeno degli assemblatori: piccole aziende che inseriscono moduli Hypex o Purifi in un telaio proprio e rinunciano a quasi tutto il resto. L’esempio europeo più citato è l’inglese Nord Acoustics, che propone un finale stereo con modulo Hypex NCx252MP, 150 watt su 8 ohm e 250 su 4, a partire da circa 600 sterline. Per un acquirente italiano, dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, al prezzo vanno aggiunti l’IVA all’importazione e le spese di sdoganamento. Si tratta di un finale di potenza, privo di selettore degli ingressi e spesso di controllo del volume, che richiede a monte un preamplificatore o un convertitore con regolazione del livello. Chi possiede già questi elementi ottiene per una cifra contenuta un’amplificazione della stessa famiglia tecnica degli integrati di marca.

L’integrato completo: dove vanno i duemila euro

Al vertice della fascia considerata si trovano gli integrati completi dei marchi storici. Il NAD C 399, lanciato nel 2021 a un prezzo di listino di 1.999 euro, impiega la variante NAD della piattaforma Hypex nCore con 180 watt per canale su 8 ohm, e vi aggiunge un convertitore ESS Sabre, un ingresso phono per testine a magnete mobile, una porta HDMI eARC per il televisore e un alloggiamento per il modulo di streaming BluOS, venduto a parte. Il Cambridge Audio Evo 150, di prezzo analogo, adotta anch’esso un modulo Hypex NCore da 150 watt su 8 ohm e integra la piattaforma di streaming della casa, un convertitore ESS e uno schermo di grandi dimensioni.

La famiglia dell’amplificazione è la stessa del finale Nord da seicento sterline; il resto del prezzo compra convertitore, streaming, phono, telecomando, estetica, una rete di rivenditori e un’assistenza in lingua italiana. Nulla di tutto ciò è superfluo: un apparecchio unico, coerente e garantito ha un valore reale, e NAD dichiara per il C 399 un’alimentazione progettata in proprio anziché quella di serie del fornitore del modulo. Conviene però sapere che, in questa fascia, la quota del prezzo destinata all’amplificazione in senso stretto è minore di quella destinata a ciò che le sta intorno. Il lettore che ha già una sorgente digitale di qualità rischia di pagare due volte lo stesso convertitore.

Come leggere una scheda tecnica

La potenza utile è quella continua su 8 ohm con una distorsione dichiarata pari o inferiore all’1 per cento; una cifra riferita al 10 per cento misura un segnale già deformato. Va verificato se l’alimentatore è incluso, con quale tensione, e se la potenza dichiarata presuppone un alimentatore venduto a parte. Il nome del chip o del modulo, quando compare, dice più di qualunque aggettivo: TPA3116, TPA3255, Hypex NCore o NCx, Purifi Eigentakt. La presenza di una controreazione dopo il filtro d’uscita, PFFB nei prodotti economici, indica un amplificatore meno sensibile ai diffusori collegati. Per stimare la potenza necessaria conviene partire dalla sensibilità dei diffusori, espressa in decibel: ogni 3 decibel in meno richiedono il doppio dei watt per ottenere lo stesso volume, e un diffusore da 84 decibel chiede quattro volte la potenza di uno da 90. Infine conviene cercare misure indipendenti: Hi-Fi News, Stereophile, Audio Science Review e, in italiano, TNT-Audio pubblicano dati che spesso correggono le cifre del produttore.

La misura dell’ascolto

Il criterio che la nostra serie ha sempre indicato resta valido anche qui, e forse qui più che altrove: la scelta dell’amplificatore dipende dai diffusori e dalla stanza prima che dal portafoglio. Con diffusori da scaffale efficienti in un ambiente di dimensioni medie, un finale con TPA3255 alimentato a 48 volt offre una pulizia che venti anni fa avrebbe richiesto una spesa di altro ordine. Con diffusori da pavimento poco sensibili o con impedenze che scendono verso i 3 ohm, la riserva di corrente e la stabilità sul carico di un modulo Hypex o Purifi ben alimentato diventano la differenza fra un tutti orchestrale intatto e uno compresso.

La classe D ha trasformato la potenza in una merce: il cuore dell’amplificatore costa sempre meno, e il prezzo migra verso ciò che lo circonda. Il fenomeno non ha nulla di scandaloso, ma sposta sul lettore una responsabilità nuova, quella di sapere che cosa sta pagando. Per chi ascolta un quartetto di Haydn o un’opera di Verdi, la domanda utile riguarda meno i watt dichiarati e più il silenzio da cui la musica emerge, e quel silenzio, oggi, si può trovare a prezzi assai diversi.

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